Come realizzare i propri obiettivi

Pubblicato in Autostima e crescita personale

Come realizzare i propri obiettivi

 

 

Introduzione

I comportamenti che adottiamo sono guidati essenzialmente da automatismi e schemi, che spesso sono inconsci e non ci permettono di agire con efficacia nella vita di tutti i giorni.
Come possiamo influenzarli e modificarli per ottenere risultati soddisfacenti e vivere al meglio? Di sicuro ci sono delle aree di vita dove vi sembra di “funzionare bene”, ma ce ne sono altre come quella del lavoro, dello studio o delle relazioni sociali e affettive dove forse vorreste avere più successo e accrescere il valore personale in termini di
autostima. Per essere più determinati a realizzare i propri obiettivi bisogna anzitutto essere disposti ad abbandonare l’uso di modelli prefissati e orientare le azioni nella direzione voluta secondo la strategia di problem-solving più adeguata al proprio modo di essere.


Automotivazione: diventa l’allenatore di te stesso!

Rispetto a cosa vorreste essere motivati in questo momento della vostra vita? E in cosa sentite di non essere più motivati, c’è qualcosa per cui avete gettato la spugna?
Pensate per un attimo ai vostri obbiettivi. Individuare gli obiettivi già realizzati dovrebbe essere facile, eppure già vi starete accorgendo che forse fate fatica a ricordarli. Ciò accade perché in genere si ha difficoltà a riconoscere i propri meriti e a valorizzarsi; un problema di autostima comune per chi ha la tendenza a considerare i propri successi come scontati.
Pensate ora agli obiettivi rimasti irrealizzati e osservate a cosa imputate la causa del loro fallimento rispondendo a due semplici domande:

  • Cosa ha impedito la loro realizzazione?

  • Cosa avreste fatto di diverso da quanto avete provato a fare per realizzarli?


Infine pensate adesso agli obiettivi ancora da realizzare e provate ad accorgervi se la motivazione a raggiungerli è ancora presente o se piuttosto avete perso l’ambizione a vederli realizzati.
In base a come avete risposto, potrete facilmente rendervi conto di quanto la vostra autostima sia solida o vacillante, dato che il modo in cui ci si permettete di realizzare i propri obiettivi ha a che fare con
quanto ci si reputa in grado di ottenere i risultati sperati e di avere successo.

Per realizzare i propri obiettivi l’
automotivazione è di fondamentale importanza, perché genera la spinta all’azione, lo sprono adeguato per incoraggiarci a fare le scelte più opportune. Vediamo insieme in che cosa consiste.
Le persone hanno bisogno di credere nel fatto che le cose andranno bene, che i progetti della loro vita si realizzeranno, che le mete stabilite verranno raggiunte, perché tra le necessità primarie dell’uomo c’è quella di dare un senso all’esistenza e dunque crearsi delle motivazioni per vivere.
Credere che gli eventi avranno degli esiti positivi rende più sicuri e decisi nell’affrontare la vita, pertanto se ci orientiamo al futuro immaginando e confidando nel fatto che ci accadranno cose positive, ci adopereremo affinchè accadano, perché le aspettative attivano le risorse necessarie per trasformarle in realtà.

Automotivarsi vuol dire anzitutto credere in ciò che si fa

Quanto più ci approcciamo con ottimismo al raggiungimento di una meta, tanto più elevata sarà la possibilità che i pensieri positivi si traducano in azioni dall’esito altrettanto positivo. Affinchè quello che desideriamo si realizzi, dobbiamo immaginare quello che vogliamo come fosse già realizzato, perché il modo in cui percepiamo le nostre possibilità di farcela e il valore che attribuiamo alle aspettative, contribuiscono a determinare gli effetti delle nostre azioni e dunque a preordinare il corso degli eventi.
Per mantenere un atteggiamento ottimistico bisogna confidare nel potere delle capacità personali ed
essere convinti del proprio valore, ovvero alimentare l’autostima e l’auto-supporto, per lo sviluppo dei quali è indispensabile diventare allenatori di sè stessi e imparare ad automotivarsi.


Pensa positivo! La profezia che si autoavvera

Abbiamo visto quanto sia importante credere in se stessi e confidare nel fatto che le energie che stiamo mettendo in campo funzionino per realizzare i nostri obiettivi. Di contro, condizionamenti di tipo negativo possano influenzare notevolmente il fallimento nella realizzazione di alcuni obiettivi che ci prefiggiamo di perseguire. Per esempio, se abbiamo paura di farci valere e ci reputiamo insicuri, adotteremo dei comportamenti che quasi certamente susciteranno disapprovazione, generando così in noi un’ulteriore senso di inadeguatezza.
Infatti, quando una persona teme o è convinta che si verifichino determinati eventi, inconsapevolmente modifica il suo comportamento in funzione di ciò che si aspetta e finisce per causare tali eventi.

In psicologia questo fenomeno prende il nome di
profezia che si autoavvera (Robert King Merton 1910-2003), che riguarda una credenza, su di sè o sugli altri, ritenuta vera o assai probabile, che finisce con il verificarsi. Peraltro, il fatto che accada realmente tende poi a confermare la convinzione che l’ha generata.
Facciamo un esempio: una persona ritiene di essere incompetente e di poco valore, così ogni volta che qualcuno sul posto di lavoro le rivolge una critica, sperimenta un’emozione negativa di colpa, rabbia e sconforto. Pertanto, presa dalla paura di sbagliare, cercherà di svolgere le sue mansioni in maniera impeccabile. Queso atteggiamemto, ispirato all’idea di perfezionismo, mettono la persona sotto stress, facendole percepire un’ansia da prestazione, che di certo non favorisce la concentrazione e l’attenzione. Dunque, verosimilmente tenderà ad essere più distratta, commettendo di conseguenza più errori. Nel prendere atto dei nuovi fallimenti penserà che essi dipendano dal fatto di essere davvero incapace. Così, la persona, partendo dalla convinzione di non essere all’altezza del suo ruolo, mette in atto una serie di meccanismi mentali e di comportamenti, volti peraltro apparentemente a contraddirla, che invece la confermano.

In questo modo si instaurano dei veri e propri circoli viziosi dai quali diventa difficile uscire, sia a causa delle emozioni negative sperimentate, sia per il fatto che una volta appurate le nostre idee, ci persuadiamo che siano vere e non le mettiamo più in discussione. Così la persona finisce per apparire esattamente come si rappresenta.
Viceversa, immaginate come possa essere percepita una persona che crede fermamente nelle sue abilità e che, in una situazione analoga, cerchi piuttosto di avvalorare la sua opinione comportandosi in modo tale da darne prova.


Un esercizio per valutare il vostro grado di automotivazione

Scrivete su un foglio almeno tre pregi e tre difetti. Pensateci bene, non scriveteli di getto. Soffermatevi a riconoscere davvero che cosa costituisce per voi una risorsa, una qualità e cosa invece costituisce un limite. Una volta scritti, recitateli a voce alta come se foste davanti a un pubblico e doveste presentarvi agli altri con i vostri pregi e difetti.
Vi ho proposto questo piccolo esercizio per mettere alla prova in una certa misura la vostra autostima. Probabilmente molti di voi hanno trovato difficoltà a rintracciare i propri punti di forza, mentre hanno individuato i difetti con una certa facilità. Questo succede alla maggior parte delle persone, a riprova del fatto che si è poco abili nel riconoscere le proprie risorse e le capacità potenzialmente a disposizione per realizzare i propri obiettivi. Pertanto
per potersi motivare ad avere successo bisogna sviluppare la propria autostima.

 

Come funziona la motivazione

Dal punto di vista fisiologico l’organismo è regolato da spinte motivazionali specifiche, che dirigono il comportamento volontario e sono indotte dall’insorgenza di un bisogno, nonché dal relativo soddisfacimento, secondo il concetto di rispondenza tra stimolo e risposta. Questo vuol dire che i bisogni funzionano da stimolo che elicita la condotta idonea a soddisfarlo e, una volta realizzato, il risultato ottenuto funziona da rinforzo per la riattivazione di un comportamento che vada nella stessa direzione, ‘motivandoci’ a ripeterlo.
Con il concetto di
motivazione ci si riferisce alla spinta interiore verso un’azione finalizzata al raggiungimento di determinati obiettivi, che rispondono a due categorie di bisogni: primari o fisiologici, essenziali per la sopravvivenza, e secondari, di carattere psicologico-cognitivo, che nascono e si sviluppano più tardivamente nel corso dello sviluppo. Ogni volta che l’individuo avverte un bisogno, viene attivata una tensione da cui deriva l’azione deputata al suo conseguimento, che viene memorizzata per essere riattivata in futuro al ripresentarsi dello stesso bisogno. Poi, la messa in atto del comportamento riduce il livello dell’impulso e la soddisfazione che ne deriva consente alla motivazione di essere temporaneamente inibita, finchè non subentra un altro segnale di attivazione che mette nuovamente l’organismo in uno stato di allerta. Questo meccanismo, detto omeostatico, ha la finalità di preservare la stabilità di un funzionamento ottimale per la sopravvivenza dell’organismo in virtù delle sue esigenze fisiologiche, confermando che senza la motivazione a raggiungere una meta specifica, è impossibile attivarsi.

Altra parte integrante del processo che porta all’attivazione dell’organismo è l’attività cognitiva, intesa come la possibilità di elaborare una strategia per il conseguimento di determinati scopi e di valutare le cause e il significato che si attribuiscono ai risultati ottenuti. Non a caso una delle motivazioni principali nella vita dell’individuo è la
motivazione al successo (definita da Albert Bandura come il bisogno di vedere riconosciuti i propri meriti, che è alla base di una sana autostima) in termini non solo di raggiungimento del risultato, ma anche di valore assegnato al risultato stesso, come dovuto alle caratteristiche personali o alle circostanze esterne.
Secondo le teorie dell’attribuzione causale
il livello di motivazione è riconducibile alle cause alle quali l’individuo ritiene soggettivamente di attribuire il risultato raggiunto, che può essere imputato all’abilità, nel caso di ripetuti successi ed elogi nello stesso compito; all’impegno personale, qualora si reputi che la fatica è stata ricompensata da un successo anche in termini di costi; alla difficoltà, se la maggior parte delle persone riesce nello stesso compito; e alla fortuna se l’abilità e l’impegno non influenzano il determinarsi del successo.


Perche’ e’ tanto importante l’automotivazione

Secondo Albert Bandura (1925), uno dei principali autori delle teorie della motivazione, l’attribuzione causale e dunque la fiducia che si nutre nelle proprie risorse, è un fattore determinante del successo, soprattutto ai fini della strategia comportamentale successiva. Ciò nonostante, finchè il piacere non viene anticipato, il bisogno che è all’origine della motivazione non può diventare un incentivo ad agire, nel senso che bisogna predire il comportamento in base a ciò che si desidera. Per questo subentrano le mappe cognitive, che ci consentono di anticipare il successo con l’immaginazione, di avere fiducia nelle nostre capacità di riuscita e di appoggiarci su un’autostima adeguata.

La motivazione può essere definita come slancio a fare cose piacevoli, perciò deve essere alimentata da un feedback positivo, ovvero da un’esperienza appagante.
Per essere motivati a realizzare i propri obiettivi occorre anzitutto che quello che ci proponiamo di fare ci piaccia, perciò è di fondamentale importanza
scoprire che cosa ci piace; è quasi del tutto impossibile motivarsi a fare qualcosa che non alimenti la gratificazione, a meno che non troviamo nel compenso qualcosa che ci possa motivare, come un elevato salario per un lavoro che non offre soddisfazione sul piano personale. Infatti, per mettere in atto una condotta in virtù della realizzazione di una meta, il bisogno deve nascere dalla necessità, nel senso che, per esempio, si può essere motivati ad andare a lavorare dalla ‘necessità di denaro senza essere spinti da un reale ‘bisogno’ a farlo. Il mancato soddisfacimento del bisogno crea frustrazione e rabbia, incidendo sulle condizioni psicologiche dell’individuo, soprattutto quando intacca le sue funzioni esistenziali, quale può essere la necessità di denaro per il proprio sostentamento. Tuttavia, per intraprendere una condotta, il bisogno può non essere sufficiente se, come abbiamo detto, non riguarda la soddisfazione di una necessità impellente o indisensabile all’esistenza.
Per esempio chi è affetto da bulimia nervosa
ha ‘bisogno’ di mangiare, ma non ha una reale ‘necessità’ di cibo, perché sente il bisogno di mangiare anche quando è sazio.

Quindi la necessità attiene maggiormente ai bisogni primari che non a quelli secondari, tanto che Abraham Maslow (1908-1970) sosteneva che “
la spinta a ricercare ciò che manca non è ‘necessariamente’ una motivazione sufficiente per agire”. Infatti esistono certi impulsi ad agire che non nascono da uno stato di carenza e non a caso egli, nella sua gerarchia dei bisogni, distingue quelli primari come indispensabili alla sopravvivenza e quelli secondari come volti alla piena realizzazione di sé o del proprio potenziale. Tuttavia, la motivazione alla condotta varia in funzione dell’esperienza e dell’apprendimento, per cui se quello che si è appreso è: “non valgo niente” e si è sperimentata una serie di insuccessi, la motivazione decade. Inoltre, se nel momento in cui si è verificato l’insuccesso si era particolarmente sensibili ad un’aspettativa positiva e il livello di ansia rispetto alle energie investite era molto elevato, la motivazione verrà ancora più scemando.

 

A COSA SERVE LA MOTIVAZIONE

La motivazione ha la funzione di dirigere in modo continuativo il comportamento dell’individuo, ovvero il funzionamento dell’organismo in interazione con il suo ambiente e di presiedere al suo orientamento generale e al suo cambiamento di direzione di pari passo con il modificarsi dell’oggetto meta. Arthur Miller (1915-2005) e David McClelland (1917-1998) sostengono che i motivi concreti ad agire per realizzare i nostri obiettivi, sono appresi da una soddisfazione conseguente all’acquisizione di risposte di avvicinamento o di evitamento in rapporto a nuovi oggetti-meta. L’associazione che si stabilisce con l’esperienza di soddisfazione è concepita come il motivo, cioè quello che muove l’individuo all’atto concreto.

La motivazione è ciò che attiva un comportamento in vista di uno scopo il cui raggiungimento implica:

  • un piano d’azione per la realizzazione, che permette di misurare la buona volontà come capacità di perseguire il piano stabilito e di adattarsi ad eventuali cambiamenti e trasformazioni in corso d’opera;

  • un livello di aspirazione che non sia troppo elevato in modo da rendere meno probabili l’insuccesso e la frustrazione che ne deriva. Più risulta elevata l’aspettativa di riuscire nel raggiungimento della meta, maggiore sarà la delusione in caso di fallimento;

  • la meta ultima che, una volta individuata, deve fungere da sprono a realizzare i propri obiettivi in relazione al bisogno che ne è all’origine.

 

Come sviluppare l’automotivazione

La motivazione può attivare un circolo che si autoalimenta: vincere le sfide che ci si propone di affrontare per realizzare i propri obbiettivi alimenta l’autostima in termini di autoefficacia o fiducia nelle proprie capacità di realizzare ciò che si vuole. Di conseguenza, questa convinzione alimenta la motivazione a fare quello che ci fa stare bene e, a loro volta, le occasioni di successo rinforzano l’autostima.

Infatti autostima vuol dire essere convinti di ciò che vogliamo e facciamo, e proprio in virtù di questa certezza diventa più probabile che si sviluppi l’aspirazione a porsi sempre nuovi obiettivi. La percezione di sé e l’atteggiamento rispetto agli eventi, inteso come attribuzione causale, giocano un ruolo fondamentale ai fini della motivazione.
La serenità e la fiducia riguardo alle proprie abilità si acquistano in relazione a quante più prove ci concediamo e ci ripromettiamo di superare.


Come realizzare i propri obiettivi in 3 passi

  1. Partire da “come mi rappresento”, perché senza il riconoscimento e la consapevolezza delle proprie abilità non si può fare nulla. Il bisogno da solo non basta a creare la motivazione, il bisogno origina la spinta ad agire nella misura in cui ci si riconosce il diritto di soddisfare quel particolare bisogno. Se per esempio voglio ottenere gratificazione per il lavoro che svolgo, devo anzitutto essere sicuro che quello che faccio è fatto al meglio delle mie possibilità e che come persona ho un valore in merito alle competenze di cui mi servo per svolgere quel tipo di lavoro con successo.

  2. Visualizzare “cosa voglio”, immaginando il mio obiettivo come già realizzato e sentendo come sarebbe per me raggiungerlo. Il segreto sta nel memorizzare la sensazione e associarla alla convinzione che è volta ad alimentare, ovvero alla mia motivazione a darmi da fare per ottenere quello che voglio.

  3. Pensare “cosa voglio fare per realizzare il mio obiettivo”. Costruisco un piano d’azione mettendo in pratica alcune delle operazioni descritte altrove. Una volta che ho rappresentato mentalmente il mio sogno, penso a una piccola cosa che posso iniziare a fare per realizzarlo e lo definisco come primo obiettivo, specificando quando e come lo voglio realizzare ed eventuali tempi e costi di realizzazione.
    Per esempio, se ho immaginato di tornare a casa e stendermi sul divano per rilassarmi senza che nessuno mi dia fastidio, penso a come posso fare ad ottenerlo: potrei chiedere ai miei figli e a mio marito di trasferirsi in un’altra stanza per venti minuti una volta a settimana, dicendo loro che “quando torno a casa il mercoledì sono esausta perché è la giornata di lavoro più dura per me e ho bisogno di riposare per venti minuti prima di rispondere alle vostre domande e organizzare la serata, altrimenti non riesco ad essere presente come vorrei. Perciò vi chiedo di lasciarmi riposare in silenzio. Poi potrete chiedermi quello che volete”. Per poterci riuscire occorre preventivamente fare un patto con sé stessi, ovvero stabilire un accordo tra la parte di che vorrebbe riposare e quella che, presa dai sensi di colpa, normalmente se lo impedisce. L’allenatore è quella parte interna che vi incita a trovare l’accordo con voi stessi per esaudire il vostro desiderio e che, in virtù dei vostri bisogni, vi incoraggia ad accogliere la richiesta esplicitata e vi rinforza ad agire in tal senso.

Come psicoterapeuta amo molto lavorare sullo sviluppo dell’automotivazione, perché è entusiasmante aiutare le persone a scoprire la parte bisognosa di sé e a darle vita per realizzare i loro obiettivi.

 




Riferimenti:
A.
Bandura (1997), Self-efficacy. Erickson

Kelley H. H. (1967),
Attribution Theory in Social Psychology, Nebraska Symposium on Motivation, 15: 192-238

McClelland D. C. (1987),
Human Motivation. Cambridge University Press

Maslow A. H. (2010)
Motivazione e personalità. Armando Editore

Rotter J. B. (1954),
Social Learning and Clinical Psychology. Prentice-Hall


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