I disturbi psicosomatici

Pubblicato in Cause, sintomi e cure dei disturbi comuni

I disturbi psicosomatici

 


 

Il ruolo del corpo nella manifestazione dei disturbi psicosomatici

Sigmund Freud (1856-1939) sosteneva che l’Io sia soprattutto un Io corporeo, intendendo con ciò che il corpo costituisce la nostra identità. Infatti, l’individuo ha coscienza di sé grazie alla percezione delle sensazioni corporee, che gli consentono di delimitare la sua esistenza rispetto al resto del mondo esterno.
Tuttavia, l’identità di un individo si esprime attraverso la mente quanto attraverso il corpo, e questo significa che un cambiamento nella personalità comporta modifiche anche nelle funzioni corporee, per cui se state attraversando una fase critica che cambia il vostro stato d’animo e le vostre prospettive, può darsi che cambi qualcosa anche a livello organico.
Per esempio quando siete sotto
stress sarete più soggetti anche a contrarre una malattia o ad avvertire delle tensioni muscolari di cui solitamente non vi accorgete.

La causa principale all’origine dei disturbi psicosomatici è determinata proprio dal fatto che non sentiamo quello che succede nel nostro corpo e di conseguenza diventiamo inconsapevoli dei segnali e delle sensazioni che esso ci invia.

Il corpo tende a rimanere sullo sfondo sia perché non siamo abituati ad averne coscienza, sia perché il linguaggio corporeo evoca esperienze emotive dal cui contatto si è soliti fuggire.
Il problema è che per ogni emozione repressa, si sviluppa una reazione corporea corrispondente. Quanto più le emozioni vengono ignorate e negate, tanto più è probabile che si presentino a livello fisico, sfociando in disturbi psicosomatici.

 


 

“Io non ho un corpo, io sono un corpo”
- Sigmund Freud -


 

Per comprendere meglio il concetto, pensate a quando vi si addormenta un braccio: quando un braccio è immobilizzato si intorpidisce e la persona ne perde la sensazione, con il risultato che nel ristabilire il movimento quasi certamente sarà un po’ dolente. Ciascuna sensazione ha una sua propria espressione corporea e se non la si avverte, assumerà la connotazione di un blocco, che potrebbe manifestarsi, per esempio, come ‘blocco’ intestinale o di un fascio muscolare, fino a provocare una gastrite o una tensione dolorosa nella zona cervicale.
Per sopprimere le emozioni si sviluppa una tensione muscolare cronica, che conferisce rigidità al corpo e impedisce il recupero della salute emotiva. Per esempio una tensione a livello della mascella deriva dall’effetto di serrarla per non provare paura, ma dato che
le tensioni muscolari croniche sono sempre la controparte fisica di un conflitto emotivo irrisolto, essa può rappresentare un conflitto tra l’impulso a mordere e la paura delle conseguenze che un tale gesto può comportare.  
Le contrazioni muscolari sono l’esito di una repressione da parte del paziente, che le usa come difesa per evitare il contatto con il suo mondo interno, nonché con il mondo relazionale esterno. In quest’ottica diventa di fondamentale importanza prestare ascolto a quanto ci dice il corpo, dato che è un autentico messaggero di bisogni che spesso rimangono inespressi e offre utili informazioni su come allentare le tensioni ed evitare lo sviluppo di eventuali disturbi psicosomatici.


Un diverso approccio alla psicosomatica: la Psicoterapia della Gestalt

Nella Psicoterapia della Gestalt tutte le contrazioni muscolari sono considerate come derivanti da ‘interruzioni del ciclo del contatto’ con il proprio vissuto emotivo, che diventano delle vere e proprie resistenze corporee e che possono essere la causa di disturbi psicosomatici.
Secondo Larry Ischa Bloomberg (formatore Gestaltista) ci sono varie modalità con cui le persone bloccano il flusso delle emozioni, che corrispondono a contrazioni muscolari specifiche:

  • la confluenza è adottata da persone che hanno bisogno di sicurezza e di evitare cambiamenti. Questi soggetti tagliano fuori dal campo percettivo molti stimoli provenienti dall’ambiente esterno e, per la necessità di anestetizzarsi da sensazioni che potrebbero rivelarsi spiacevoli, contraggono molti dei fasci muscolari.
    Il risultato è che si paralizzano, desensibilizzando alcune zone del corpo. In genere infatti, presentano la mascella serrata, non sentono contatti profondi ma li avvertono solo come leggeri, sono afoni e hanno le labbra socchiuse;
  • l’introiezione consente di negare il desiderio, ignorandolo per non sentire la frustrazione rispetto all’impossibilità di soddisfarlo. Pertanto, le persone che sono vittime di questo meccanismo si ritirano. Così ritraggono i muscoli della mandibola, presentando spesso un sorriso smorzato e ritratto, nonchè del bacino, che risulta arretrato rispetto al resto del corpo. Il risultato è che queste perone hanno una masticazione veloce e un atteggiamento posturale alterato per il quale sono costrette a stare ingobbite e con le spalle chiuse e ricurve;

  • la proiezione, attraverso la quale le persone, pur sentendo il bisogno di agire, evitano di farlo perché giudicano i loro comportamenti inappropriati e inammissibli. Pertanto, fisicamente sono pervase da una sorta di immobilità che consente loro di evitare l’ansia procurata dal contatto con l’ambiente circostante. Inoltre, sempre per la stessa ragione, assumono uno sguardo a fessura per effetto di una contrazione della zona attorno agli occhi;

  • la retroflessione dell’aggressività, rivolta all’interno per paura di ferire o di essere feriti nell’agirla, si riflette a livello corporeo in una voce compressa e un autocontrollo generale, che obbliga la persona a mantenere una rigidità muscolare eccessiva.


Come la psicoterapia contribuisce a risolvere i disturbi psicosomatici

La Psicoterapia della Gestalt offre un valido approccio alla cura dei disturbi psicosomatici, proprio attraverso la liberazione da questi rigidi schemi corporei.
Per esempio, la
tecnica della concentrazione’ rispetto alle resistenze sensoriali, insegna a sentire le proprie contrazioni muscolari e a tenerle per poi rilasciarle, al fine di incrementare l’agilità motoria e così di liberare le emozioni represse. Dato che i muscoli si contraggono per contenere un’emozione che non trova via di sfogo, essi possono scaricarsi solo attraverso l’azione nella quale si esprime l’emozione stessa.

Così, se una persona che trattiene la
rabbia, si esercita ripetutamente ad irrigidire al limite massimo i fasci muscolari implicati nell’espressione di questa emozione e poi ad allentarne la tensione, finirà con il liberarsene. Infatti, quando si è arrabbiati, involontariamente si serrano con forza le mascelle per bloccare l’aggressività e limitare l’impulso a mordere e si aumenta la trazione dei muscoli delle gambe per trattenere la volontà di dare calci.
In tal caso si mettono a disposizione dellla persona dei cuscini, grazie ai quali può permettersi di addentare o scalciare, manifestando finalmente i suoi istinti senza provocare danni. Naturalmente il paziente è affiancato dal terapeuta, che lo guida e lo aiuta ad incanalare le energie nella giusta direzione anche con l’ausilio di parole, per accompagnare l’azione.
Questa modalità gli consente di
imparare a sentire la rabbia e di gestirla in maniera più adeguata.

Tuttavia,
per risolvere i disturbi psicosomatici non basta lavorare solo sulle tensioni muscolari, bensì occorre anche elaborare il significato soggettivo che il paziente attribuisce alla patologia, perché partendo dal processo somatico è più facile giungere alla sua rappresentazione psichica, piuttosto che il contrario. Infatti il processo inconscio di repressione delle sensazioni spiacevoli si esterna dal punto di vista corporeo nella rigidità muscolare, mentre dal punto di vista emotivo nel disturbo psichico.



“Il corpo ha una sua espressività naturale e cambia continuamente
riflettendo le proprie emozioni interiori”
– A. Lowen –
 


Quando l’individuo non può manifestare le sue emozioni o i suoi bisogni, impara a bloccare le espressioni corporee dei sentimenti
quali la rabbia, il piacere o la paura, inibendo proprio fisicamente i movimenti corporei che li caratterizzano e dunque contraendo i muscoli che sono interessati alla loro espressione. Essi infatti, sono il risultato dell’adattamento dell’organismo ad esperienze precoci che impediscono un adeguato fluire dell’energia, che può essere ricondizionato o riappreso anzitutto attraverso il lavoro psicoterapeutico. Una modalità, per esempio, è di sperimentare con l’aiuto del terapeuta cosa sentono le parti del corpo ove si avverte una tensione cronica e che sono evidentemente bloccate, quasi congelate, dando voce ad un vero e proprio dialogo con esse.
La malattia, infatti, è la forma attraverso la quale il corpo comunica con la mente ed è sempre foriera del messaggio che qualcosa non va in noi o nella nostra vita, oltre alla disfunzionalità organica.
Ecco dunque che cosa si intende per disturbi psicosomatici.


Esempi di disturbi psicosomatici e loro significato

Nella cervicalgia il rachide cervicale e i suoi muscoli non sostengono solo meccanicamente il capo, ma anche ciò di cui il cervello è contenitore e motore, ovvero l’attività mentale. I muscoli cervicali si contraggono proprio come se pensieri, preoccupazioni, paure, ossessioni, avessero un loro peso specifico che grava sulla colonna vertebrale con la stessa incidenza di un peso reale.
La funzione cui assolve questa tensione è propriamente
quella di tenere “la testa sulle spalle” per non perdere l’equilibrio del capo, che potrebbe sbilanciarsi rispetto al collo e per proteggere da picchi emozionali che potrebbero “far perdere la testa” appunto.
Per questo
il disagio fisico va sentito come nostro alleato, dato che ci mette in allerta rispetto alle emozioni spiacevoli e a quello che vogliamo modificare. Nessuna emozione potrebbe esprimersi in modo altrettanto inequivocabile se non che mediante i segnali corporei e possiamo accorgerci di quello che proviamo solo stando attenti a come essi si manifestano. Mentre la mente costruisce pensieri e giudizi intorno al vissuto emotivo, il corpo lo esplicita in termini percettivi.
Malgrado il termine psicosomatica abbia in sé una dualità, mente e corpo funzionano in maniera congiunta e si influenzano reciprocamente, perché
le nostre convinzioni si riflettono sul nostro stato d’animo e viceversa.
Così quando siamo arrabbiati, la mente contribuisce ad alimentare la collera con i rimuginii e i ripensamenti riguardo a ciò che l’ha provocata, ma sono i muscoli viscerali delle pareti dello stomaco che si ritraggono, come nel caso della gastrite, uno dei più diffusi dei disturbi psicosomatici. Infatti, lo
stress aumenta l’acidità gastrica e diminuisce le barriere protettive della mucosa dello stomaco che, infiammandosi, crea la sensazione di irritazione.
In questo caso la rabbia, a lungo inascoltata, dapprima ha assunto la forma di un bruciore o di un fastidio alla bocca dello stomaco, accompagato da una sensazione di nausea, fino a manifestarsi in maniera cronica come un sintomo che genera sia malessere fisico, che disagio psichico.

Da un punto di vista psichico
la gastrite trova la sua origine in una grande frustrazione, dovuta all’incapacità di risolvere il conflitto tra ciò che si vorrebbe digerire e ciò che è sentito come inaccettabile. Il sintomo dunque rappresenta proprio quelle situazioni indigeste che, come si suole dire, “non riusciamo a mandare giù”, e per le quali nutriamo una rabbia tale da diventare intollerabile. Così, il fatto di non sopportare la forte collera e di non saperla gestire, oltre all’impossibilità di poter esprimere l’aggressività, comporta un’interruzione del contatto con questa emozione, come difesa. La rabbia inespressa viene così bloccata e accumulata sotto forma di una tensione che fa contrarre la mucosa dello stomaco a tal punto che il succo gastrico in eccesso inizia a corroderla. I sintomi di questo disturbo parlano chiaro: il bruciore è il fuoco che arde all’interno ma che non brucia all’esterno; i dolori in forma di crampo o di pungolo, esprimono il disagio per l’impossibilità di manifestare il proprio disappunto; la nausea è un rifiuto della situazione; il vomito è un dichiarato rigetto di quello che si sta ingerendo contro la propria volontà; l’inappetenza e la chiusura dello stomaco denotano l’indisponibilità ad accettare più di quanto si è già accolto, mentre il senso di tensione gastrica indica lo stato di continua allerta in cui si versa. In genere le persone che soffrono di gastrite hanno sviluppato una capacità di sopportazione eccessiva a causa del senso di colpa che proverebbero nell’affermarsi in modo più deciso.

Perciò, oltre a curare il disturbo dal punto di vista fisico con un opportuno trattamento farmacologico, occorre occuparsene anche dal punto di vista psichico.
In questo caso il lavoro terapeutico deve
sviluppare l’autostima, per imparare a legittimare il proprio dissenso a fronte di richieste eccessive o non gradite.
È importante riconoscere i meccanismi psichici del proprio corpo, oltre che il modo in cui curarlo da un punto di vista clinico, per modificare l’espressione delle emozioni bloccate.
Il corpo riflette le emozioni interiori e la sua salute è strettamente legata alla capacità dell’individuo di avvertire le emozioni in risposta alle situazioni che gli capitano, riconoscerle ed elaborarle, affinchè non si manifestino nei disturbi psicosomatici.

L’essere umano adulto ha perso l’attitudine a sentire quanto emerge dall’ascolto del proprio corpo, ma farlo consente di riappropriarsi della propria vitalità in maniera spontanea e dunque di recuperare la salute, proprio in virtù del vecchio detto ‘mens sana in corpore sano’.


Un caso tipico di disturbo psicosomatico: le vertigini

Molte persone sono ancora portate a confondere e a scambiare sintomi che sono di origine puramente psichica con quelli di natura organica. Sebbene talvolta i sintomi possano interessare entrambe gli aspetti, può accadere che il paziente, in seguito a questa sovrapposizione di dati clinici, non tenga conto della rilevanza dell’aspetto psicologico che la patologia assume. Così, una volta esclusa l’origine organica come fonte del malessere, il paziente, godendo di buona salute a livello fiisco, può reputare di non aver bisogno di alcun trattamento. Tuttavia sottovalutare l’esistenza di un disagio a livello psicologico è molto rischioso, perché non attribuendogli la giusta importanza e trascurando di curarlo in maniera adeguata, questo seguiterà ad avere i suoi effetti negativi e tenderà a peggiorare. In questi casi è dunque opportuno rivolgersi ad uno psicoterapeuta.

Le vertigini per esempio, potrebbero essere provocate da una lesione al tronco o al cervelletto, o più banalmente essere imputate a labirintite, ma, parimenti, possono rappresentare una mancanza di punti di riferimento contingenti ad uno specifico accadimento o a una fase di cambiamento della vita di una persona.

Qui di seguito riporto il caso anonimo di un paziente affetto da vertigini, risoltosi con successo. Il paziente presentava un senso di smarrimento tale da aver sviluppato tutti i sintomi chiaramente associabili ad una diagnosi di vertigini, che in certe situazioni gli impedivano di deambulare in modo regolare fino a perdere l’equilibrio e a cadere in terra.
Peraltro, a seguito di questi episodi, aveva iniziato a manifestare anche i sintomi tipici di chi soffre di attacchi di panico.
La forte paura era generata dall’idea che potesse essere colto improvvisamente da vertigini, che gli avrebbero impedito di proseguire lo svolgimento delle sue attività, come lavorare, guidare o fare altro. Quando si avvertono le vertigini si percepisce distintamente la sensazione di perdere i punti di riferimento che il corpo ha fisicamente nello spazio, lasciando uno stato di confusione e spaesamento, oltre che a dare la sensazione di giramenti di testa. Nel caso specifico, il paziente aveva cominciato a manifestare le vertigini alcuni anni dopo la scomparsa della madre e, pur avendo fatto tutte le indagini cliniche, seguito un’adeguata terapia farmacologica ed essersi sottoposto a visita neurolgica, le vertigini non passavano ma diventavano sempre più frequenti.

Con la psicoterapia iniziammo ad
indagare le reali motivazioni della sua paura e a individuare che cosa fosse accaduto nella sua vita per trovarsi senza punti di riferimento. In effetti, dal momento della morte della madre la sua vita aveva subito molti cambiamenti: la separazione dalla moglie, la perdita della relazione quotidiana con i figli e le trasformazioni sul lavoro gli avevano generato grandi insicurezze. Insieme scoprimmo che le vertigini in realtà erano la rappresentazione dell’incapacità a riorganizzare la sua vita in assenza di alcune persone e situazioni che erano state per lui un punto fermo fino ad allora. Dunque, oltre a lavorare sulla mancata elaborazione del lutto della madre e del distacco dalla moglie, lo portai a rinforzare le proprie risorse e l’autostima per trovare in sé stesso i propri punti di riferimento e recuperare la sensazione di sicurezza perduta.
Nel giro di due anni le vertigini gradualmente scomparvero e anche a distanza di tempo dalla chiusura della psicoterapia, mi fece sapere che non ne soffriva più, che aveva cominciato una nuova relazione e che aveva trovato un lavoro più stabile del precedente.
Dal caso riportato è evidente come, in virtù dei sintomi che si sviluppano a seguito di difficoltà psicologiche e che interferiscono seriamente nello svolgimento delle attività quotidiane, il paziente necessita di avere un sostegno che lo aiuti ad operare un nuovo adattamento.

Quando si avverte un malessere bisogna comprendere cosa è che lo provoca, se si tratti di una causa di ordine fisico o psicologico e diventare consapevoli soprattutto del modo in cui il disagio ostacola la serenità e l’equilibrio, che vanno opportunamente ripristinati. Quello che ci crea malessere va modificato e curato, proprio come nel caso di una malattia.

La psicoterapia aiuta ad individuare le modalità in cui il disturbo si manifesta e in cui lo manteniamo in vita in termini di comportamenti e atteggiamenti psichici.






Riferimenti:
Caprioglio; Fornari; Morelli (2007),
Dizionario di psicosomatica. Ed Riza. Milano

Sigmund Freud (1895),
Progetto di una psicologia. cfr. Opere, vol II. Bollati Boringhieri. Torino

Alexander Lowen (1985),
Il linguaggio del corpo. Grune and Stratton. New York

Alexander Lowen (2009),
La voce del corpo. Astrolabio. Roma

Adriana Schnake (1995),
I dialoghi del corpo. Borla. Roma




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