Conoscere il carattere con l'Enneagramma

Pubblicato in Enneagramma e Personalità

Conoscere il carattere con l'Enneagramma

 

 

Che cos’è l’Enneagramma

L’Enneagramma è il modello di personalità più antico esistente al mondo e alcuni studiosi fanno risalire la sua nascita al 700DC, sebbene sia difficile collocare con precisione le sue origini. Questo strumento potrebbe aver trovato inizio nella civiltà babilonese e ne è una testimonianza il fatto che nei reperti sia stata rintracciata l’immagine della stella a nove punte con la quale viene identificato l’Enneagramma, rappresentato da un cerchio all’interno del quale sono inscritte nove tipologie di personalità. Nella figura le linee mostrano la direzione verso la quale l’individuo dovrebbe orientarsi per la propria evoluzione personale e la direzione verso cui tende, nel senso che la predisposizione del carattere è determinata anche dall’affinità con il tipo che gli corrisponde nel disegno.
Tuttavia, la validità dell’insegnamento trasmesso resta certa proprio in virtù del fatto che l’Enneagramma riassume un’insieme di preziose conoscenze ottenute dall’osservazione millenaria delle caratteristiche psichiche umane. Infatti, originariamente la conoscenza dell’Enneagramma era riservata ai maestri Sufi, la cui filosofia contemplava l’importanza di coltivare l’autoconoscenza per sganciarsi dalle
passioni ed elevare la propria spiritualità, e veniva tramandata per via orale a discepoli eletti affinchè imparassero a liberarsi dai vizi e ad alimentare le virtù della loro personalità.
Così questa disciplina, trasmessa da tempi immemorabili da maestro a discepolo, è comparsa per la prima volta in forma scritta nel 1949, nell’opera
“Frammenti di un insegnamento sconosciuto” di Piotr Demianovich Ouspensky (1878- 1947), nella quale il filosofo rende conto dei suoi otto anni di lavoro con il maestro Georges Ivanovic Gurdjieff (1866-1949), che fu il primo ad apprendere l’Enneagramma dai Sufi nel 1920 in Afghanistan.
Ma fu grazie ad
Oscar Ichazo (1931), che negli anni settanta lo insegnò nell’Istituto di Psicologia Applicata di Santiago e ad Arica, in Cile, e a Claudio Naranjo (1932), suo allievo, che l’Enneagramma cessò di essere una pratica segreta e diventò conosciuto come teoria della personalità e utilizzato come metodo di crescita personale. All’inizio degli anni Ottanta Helen Palmer, allieva di C. Naranjo, lo ha portato negli Stati Uniti come strumento di autoanalisi, mentre padre Don Richard Riso ha fondato a New York l’Enneagramm Institute ed ha elaborato un questionario per agevolare l’identificazione della tipologia caratteriale, il RHETI, Riso-Hudson Enneagram Type Indicator. Così, questa disciplina antichissima è arrivata fino ai giorni nostri e io, come psicoterapeuta, ho avuto il privilegio di conoscerla grazie a Claudio e a un altro illustre studioso del metodo, Paolo Quattrini, che sono stati i miei maestri. Personalmente applico l’uso di questo metodo alla mia pratica clinica da oltre dieci anni, confermando la mia passione per il carattere delle persone, che, pur distinguendosi nella loro diversità di tipologie, presentano modi di fare e di pensare sorprendentemente più simili di quanto si possa immaginare.


Perché conoscere l’Enneagramma

L’idea di base dell’enneagramma non è che sia meglio avere un carattere piuttosto che un altro, ma che ci sia una parte della personalità che, sebbene sembri istintiva, è meccanica.
Il carattere viene identificato con quello che viene spontaneo fare, ma in realtà è un insieme di comportamenti coatti che vengono ripetuti secondo un meccanismo automatico, diventando una trappola.
Infatti, affrontiamo gli eventi adottando la sola modalità che prescrive il carattere e seguendo schemi di comportamento che si stabilizzano nel tempo e diventano estremamente rigidi, impedendoci di scegliere quali condotte sia meglio agire. La conoscenza del carattere permette di accorgersi di quale è la parte meccanica che limita seriamente le nostre possibilità esistenziali e che ci fa perdere la creatività nell’inventare sempre nuovi modi di reagire alle situazioni.

Quando veniamo al mondo siamo come il seme di una pianta che ha in sé certe potenzialità, ma con il nostro carattere ci autolimitiamo rispetto alla possibilità di metterle a frutto e di sviluppare le vere risorse.
L’enneagramma è uno strumento che ci consente di adottare dei comportamenti diversi da quelli che utilizziamo solitamente, i quali possono essere trasformati e utilizzati in modo del tutto nuovo. Si tratta di modificare i comportamenti automatici e renderli più consoni alle varie circostanze, così da ampliare l’impiego degli strumenti a disposizione. 
La fissità delle risposte e la perdita di reagire in maniera creativa al presente, sono tipiche del funzionamento nevrotico e l’analisi del carattere serve proprio a recuperare l’autenticità del proprio modo di essere.


L’Enneagramma nella psicoterapia

L’enneagramma è usato in terapia come modalità conoscitiva utile al paziente per individuare in prima persona le dinamiche caratteriali e modificarle in base alla sua stessa esperienza.
La difficoltà a riconoscerle sta nel fatto che
ognuno è generalmente inconsapevole dei propri meccanismi e soprattutto del bisogno che spinge ad agire in un modo piuttosto che in un altro. Inoltre, in questo processo di autoconoscenza ci si imbatte in aspetti di sé che non si riconoscono come propri e anzi spesso vengono rinnegati, perché siamo abituati ad avere una percezione illusoria di noi stessi, che risponde a quello che ci piacerebbe essere e a come vorremmo che gli altri ci vedano. Per questo diciamo che il carattere non ruota intorno al vero sé, bensì all’immagine di sé, da cui prende le mosse l’azione; pertanto il modo in cui ci comportiamo è falsato, in virtù del bisogno di essere accettati incondizionatamente.
Tuttavia, dato che l’idea di fondo è che gli altri non ci accettino per quello che siamo, la nostra personalità diventa una maschera con la quale mettiamo su una recita per ottenere l’amore, l’approvazione e l’attenzione altrui, invece di chiedere apertamente quello di cui abbiamo bisogno ed esporci per ciò che siamo veramente. In tal senso la personalità assume lo stesso significato che aveva nell’accezione latina del termine, ovvero come maschera che gli attori ‘adattavano’ al volto e di cui il nostro carattere si serve per adattarsi alla realtà.

Cura il tuo carattere perché diventerà il tuo destino

La personalità è un insieme di tratti e aspetti di sé derivanti dai primi sentimenti che il bambino prova nei confronti dei genitori e dal modo in cui è stato impostato il rapporto con essi
, che determinano la propria visione del mondo e la motivazione soggettiva, sulla base delle quali siamo spinti ad agire.
I nostri comportamenti hanno origini diverse a seconda della funzione per la quale li abbiamo appresi, perciò vengono adottati in base alla funzione che assolvono, che fosse quella di obbedire, di essere bravi, di difendersi o di fare bella figura. Infatti il termine carattere, dal greco carasso, significa
scolpire, a indicare i condizionamenti che restano scolpiti dentro di noi come rigide modalità di espressione formatesi nell’infanzia e che, una volta strutturati, determinano la nostra nevrosi.
Il carattere allora diventa il risultato di una strategia di mantenimento dell’unico atteggiamento originario rivelatosi efficace ad ottenere quello di cui avevamo bisogno.

Il punto è che ognuno si orienta su una sola funzione e si specializza su di essa, mentre un sano equilibrio della personalità dovrebbe tendere verso l’alternanza di tutte le funzioni, affinchè la persona abbia a disposizione tutto quello di cui ha bisogno.
Seguire il carattere comporta l’ipertrofia di una funzione a scapito dell’uso delle altre e ne deriva un’inevitabile perdita per la nostra esistenza, che ci rende menomati e di cui non siamo consapevoli. Perciò il percorso di crescita attraverso l’uso dell’Enneagramma mira all’integrazione delle varie funzioni, affinchè si impari a destreggiare tutte con la stessa abilità e a trasformare i limiti in risorse. Queste funzioni sono nove e le diverse strutture caratteriali vengono presentate come una “specializzazione della psiche” in una delle possibili direzioni, a seconda della prevalenza dell’una o dell’altra disposizione motivazionale.

Dunque ogni carattere possiede
un modo proprio di vedere la realtà (fissazione) che alimenta la motivazione ad agire in una determinata maniera (passione).
Il problema insorge quando le passioni impediscono all’individuo di scegliere cosa è priotitario fare momento per momento e di adottare la condotta migliore, senza essere condizionato dalla sua fissazione. Le informazioni che il cervello riceve prima di mettere in atto un comportamento sono alterate da un’attività cognitiva per la quale immaginiamo gli esiti delle nostre azioni. Coscientemente o meno, infatti, facciamo di continuo delle fantasie, sia catastrofiche che grandiose, che alimentano il carattere, nel senso che la funzione predominante avoca a sé la maggior parte delle fantasie che la confermano, modificando le azioni esclusivamente in base a quella ideologia. Perciò
ogni carattere ha una sua propria ideologia su cui si fissa, che per una persona che appartiene ad una certa tipologia caratteriale, per esempio l’Enneatipo Due, può suonare così: “potrebbero non accorgersi di me”. Allora, per assicurarsi di attirare l’attenzione su di sé, il suo carattere gli impone di dire e fare sempre qualcosa di straordinario affinchè tutti la ammireranno. Il problema è che l’individuo si identifica con un ruolo, che in questo caso corrisponde a quello del seduttore o dell’adulatrice, e finisce con l’impersonare soltanto quello, diventando dipendente da una modalità che è costretto a ripetere anche quando non vuole o non è necessario.
La ripetizione di questo ruolo diventa un’abitudine a “falsificare” l’esperienza.
Se un’ideologia non è funzionale ai bisogni dell’organismo, bensì a sé stessa, diventa un difetto.

Una terapia del carattere è semplicemente un processo di ristabilimento di un equilibrio ecologico e di
reificazione dall’ideologia, grazie al quale apprendere a praticare un atteggiamento in un certo senso antagonista. Per esempio un Enneatipo Otto dovrebbe imparare a sottomettersi qualche volta, per via della sua eccessiva presa di potere sulle relazioni e sulle situazioni; un Enneatipo Sei dovrebbe tendere all’apatia, ovvero apprendere a rassegnarsi agli eventi, che sarebbe un freno ottimale alla sua paura, perché anche in assenza di pericoli ne immagina di potenziali.

Il lavoro in terapia consiste proprio nell’individuare quale sia l’ideologia portante del carattere per valutare quali sono gli effetti nocivi che ne derivano nella vita del paziente e quanta energia gli costi essere asservito a un’idea in funzione della quale non può esprimersi liberamente. Si può orientare l’intervento a un riconoscimento e ad una elaborazione degli ostacoli che impediscono alla persona di comportarsi altrimenti, affinchè abbandoni la fissazione, vivendola con moderazione e si liberi finalmente dall’asservimento alla sua ideologia (Paolo Quattrini).

Secondo Claudio Naranjo ogni psicopatologia si regge sull’ossatura di un particolare
tipo caratteriale, che è un meccanismo di difesa con il quale l’individuo si è adattato per compensare il mancato soddisfacimento affettivo nella relazione con i genitori. Il problema è che il bisogno del bambino di ricevere l’amore necessario dai genitori può essere frustrato o tradito in diversi modi e pertanto più tardi l’individuo cercherà di adottare delle strategie difensive per non incorrere nel rischio che, da adulto, accada lo stesso.
Così
adottiamo le stesse condotte manipolatorie e seduttive che si sono rivelate funzionali a ricevere approvazione e amore dai nostri genitori, per ottenerlo dagli altri.
Dunque il modo in cui si è reagito alla ‘carenza originaria’, ovvero a quello che ci è mancato nel rapporto con i genitori, si è strutturato sul modo di agire che definisce il nostro
Enneatipo e determina il carattere.
Nella terapia occorre riportare alla luce il modo in cui il paziente ha fatto fronte a questo vissuto di mancanza e rintracciare il momento in cui è accaduto, per
liberare l’istinto dalle modalità obbligate che lo costringono ancora a comportarsi in quell’unico modo, che, senza rendersi conto, lo blocca rispetto alle sue possibilità esistenzali. 
Riconoscere il carattere significa darsi la possibilità di acquisire strumenti diversi da quelli che abbiamo in dotazione dall’infanzia e di utilizzare pienamente tutte le risorse dell’organismo.





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