Venerdì 30 Luglio 2021

Da cosa dipendono l’insicurezza e la dipendenza affettiva?

Pubblicato in Carattere

Tempo di lettura: 4 min

John Bowlby ha elaborato una teoria secondo cui le esperienze vissute dal bambino nel rapporto con la madre influenzano la sua crescita evolutiva e lo inducono ad assumere alcuni comportamenti nei confronti del caregiver (la persona che lo accudisce), definiti “stili di attaccamento”, che saranno determinanti per stabilire i suoi legami affettivi da adulto.

Mary Ainsworth fece degli esperimenti, denominati ‘strange situation’, al fine di osservare come il piccolo reagiva alla separazione dalla figura di riferimento e di individuare i diversi stili di attaccamento possibile.
Presumibilmente il modo in cui il bambino reagisce al disagio che prova nell’essere allontanato dal caregiver ha un impatto emotivo sul modo in cui apprende a relazionarsi con più o meno sicurezza agli altri.
Infatti, dopo la separazione, il piccolo tende ad avvicinarsi alla madre con le stesse strategie che, da adulto, adotta per entrare in contatto con il partner, i familiari, i colleghi o gli amici e che, dunque, determinano le dinamiche di comportamento individuale nelle relazioni affettive.

Ma la sicurezza con la quale ci relazioniamo agli altri e la possibilità di sviluppare una dipendenza affettiva dal legame con qualcuno derivano da quanto a nostra volta siamo stati rinfrancati riguardo all’opportunità di essere accolti, a prescindere dalle modalità adottate per entrare in intimità con l’altro. Infatti l’insicurezza nasce proprio dalla paura di non essere accettati per come si è e questa sensazione può generare incertezza nel modo di esporsi con l’altro per non rischiare di ottenere un rifiuto.

Dunque
gli schemi appresi per instaurare il legame giocano un ruolo fondamentale rispetto all’eventualità di essere insicuri nelle relazioni affettive e potrebbero generare una ‘dipendenza affettiva’.

Le situazioni sperimentate dalla Ainsworth hanno permesso di riscontrare l’esistenza di tre diverse modalità con le quali il bambino propriamente si “attacca” alla madre: diffidente o evitante; risentito o ambivalente; disilluso o disorganizzato.

Nel
modello di attaccamento evitante il bambino minimizza il suo bisogno di attaccamento allo scopo di prevenire il rifiuto, in quanto interpreta la madre come non sufficientemente ricettiva rispetto al suo richiamo e dunque inaffidabile. Pertanto si tiene a distanza dalla mamma, tanto da ignorarla al momento della loro riunione, mostrando ben pochi segni di angoscia per il fatto di essere stati separati. Questo atteggiamento di sfiducia nei suoi confronti viene manifestato apertamente e si tramuta in una vera e propria strategia comportamentale che gli consente di restare sulla difensiva e di eliminare il disagio percepito.

Nel
modello ambivalente invece, al momento della riunione, il bambino si aggrappa alla madre mostrando sottomissione, tanto che non riesce a rasserenarsi a causa della forte angoscia che ha provato durante la separazione. Tuttavia, se in alcuni momenti cerca il contatto stringendosi a lei con forza, in altri resiste rabbiosamente ad avere un contatto con lei, impedendole di riavvicinarsi. Questa alternanza di comportamenti genera un atteggiamento ambivalente per il quale, se da una parte ricerca il contatto, dall’altra lo rifiuta, dato che talvolta lo ha sperimentato come confortante, mentre altre come doloroso. Infatti, in taluni casi, la madre si è dimostrata accogliente, soddisfacendo il bisogno di attaccamento del bambino, e in altre situazioni lo ha rifiutato, lasciandolo frustrato.

Nel
modello disorganizzato il bambino sembra reagire con molto spavento innanzi alla separazione ma, nonostante ciò, dapprima si distacca espressamente dal genitore, poi lo cerca e infine se ne allontana restando paralizzato al momento della loro riunione. Egli adotta questa strategia sembrando incapace di comportarsi in modo univoco, come se non riuscisse ad avvicinarsi, né ad evitare il contatto. Così il bambino mostra di avere degli atteggiamenti incoerenti, a causa dell’incompatibilità del suo bisogno di allontanarsi dalla madre con quello di andarle incontro.

Questi diversi stili di comportamento diventano dei modelli che da adulti replichiamo nella vita relazionale e l’emozione corrispondente al vissuto che li ha generati definisce il nostro modo di percepire il grado di intimità nei legami affettivi.

La sensazione di profonda diffidenza, tipica del modello evitante, suscita nella persona un desiderio di prendere distanza dall’altro, che lo porta ad essere assorta in sé stessa e a vivere le relazioni con distacco. In questo caso la necessità di autonomia induce a mostrare poco interesse nei rapporti sociali e ad avere un carattere distaccato. Questo tipo di persone vivono con molta ansia l’intimità e la evitano a causa della scarsa fiducia che nutrono nei confronti degli altri.

L’emozione del
risentimento, che è alla base del modello ambivalente, invece dà origine a uno stile caratteriale di tipo preoccupato, in seguito al quale, a causa del timore di essere abbandonati e del forte bisogno di approvazione, l’individuo instaura dei rapporti interpersonali di dipendenza per contenere la vulnerabilità e contrastare la paura della separazione.

La paura e il senso di
disillusione, da cui sono guidate le persone che hanno imparato a replicare un modello di attaccamento disorganizzato, non permettono loro di avere un’idea chiara di come mantenere i rapporti con gli altri. Infatti il senso di inadeguatezza e di insicurezza circa l’intimità relazionale fanno temere che la propria stabilità emotiva possa venire meno, qualora ci si affidi all’altro.

Se si vuole adottare un modello di comportamento relazionale sano e soddisfacente, che consenta di rapportarsi agli altri in maniera sicura e autentica, è importante anzitutto riconoscere quale modello di attaccamento si è sviluppato e che tipo di carattere vi corrisponde.

Nel prossimo articolo scopriremo che esistono
nove tipi caratteriali, originati proprio da questi schemi, che possono essere modulati per vivere meglio i nostri rapporti con gli altri.


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Riferimenti:

J. Bowlby, Attaccamento e perdita, Boringhieri, Torino, 1976

L. Carli, Attaccamento e rapporto di coppia, Raffaello Cortina, Milano, 1995

O. F. Kernberg,
Relazioni d’amore. Normalità e patologia; Raffaello Cortina, Milano,1995

L. Onnis,
Legami che creano, legami che curano. Attaccamento: una teoria ponte per le psicoterapie, Feltrinelli, Milano, 2010



 

 

 

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